“ Il comandamento di Dio non consiste nella lettera, ma nella potenza che viene donata dallo Spirito Santo ”
- La Sacra Scrittura
La Riforma del XVI secolo proclamò la Sacra Scrittura l’unica autorità di fede e di disciplina della chiesa.
Anche gli anabattisti erano concordi su questo principio. Tuttavia la Sacra Scrittura doveva essere interpretata: chi era abilitato a interpretarla ?
Se per i cattolici era il Papa, per i riformatori erano i teologi. Oggi, dobbiamo constatare che molti cristiani si affidano agli Organi Direttivi della loro denominazione che opera e comunica attraverso i responsabili delle comunità.
Se certamente si deve affermare che la Bibbia è norma di vita, non si può che respingere l’idea con la quale si afferma che solo i teologi o gli Organi Direttivi delle varie Chiese sono in grado d’interpretarla correttamente.
I migliori interpreti della Sacra Scrittura sono i credenti che hanno ricevuto lo Spirito di Dio: “Ora voi avete l’unzione ricevuta dal Santo e tutti avete la scienza”. (1Giov. 2:20)
Ciò significa, concretamente, che un illetterato che ha ricevuto il dono dello Spirito interpreta la Parola di Dio meglio di un teologo che non ha lo Spirito: “Quanto a voi, l'unzione che avete ricevuta da lui rimane in voi, e non avete bisogno dell'insegnamento di nessuno; ma siccome la sua unzione vi insegna ogni cosa ed è veritiera, e non è menzogna, rimanete in lui come essa vi ha insegnato”. (1Gv. 2:27)
- “Chi non ha lo Spirito e pensa di trovarlo nella Scrittura, cerca la luce e trova l’oscurità”.
La Scrittura diventa "Parola di Dio" quando, sia che venga predicata, che ascoltata, che letta interviene lo Spirito Santo a renderla efficace. Parola e Spirito sono quindi strettamente collegati e l’una non sta senza l’altro. Non c’è Parola di Dio senza conferma dello Spirito, non c’è Spirito senza il controllo e la garanzia della Parola.
Perciò è più corretto affermare che “Scrittura e Spirito, insieme” piuttosto che la “sola Scrittura” sono la norma del discepolo di Gesù.
“Scrittura e Spirito” è un principio fondamentale ed irrinunciabile perché apre a tutti i discepoli, l’interpretazione della Parola di Dio, sia alle persone istruite come a quelle che non lo sono, alle donne come agli uomini.
Le "autorità ecclesiastiche” considerano tutto questo politicamente dannoso e teologicamente irresponsabile. Ma è certo che comprendere o discernere la volontà del Padre è compito di tutti i credenti.
- La Chiesa e l’interpretazione della Sacra Scrittura
Talvolta la Comunità è chiamata ad interpretare la Scrittura per testimoniare gli insegnamenti del Cristo e la propria fedeltà.
In questo caso, nell’Assemblea dei credenti, le sorelle e i fratelli, dopo essersi raccolti in preghiera, leggeranno insieme la Scrittura e colui al quale Dio darà il dono di comprenderla la interpreterà.
La fratellanza verificherà ogni indicazioni o affermazione d’ordine spirituale, così manifestate, alla luce della vita e della parola di Gesù Cristo come ci viene presentata dalla Scrittura poiché: “E’ per lo Spirito, la Parola, le azioni e l’esempio di Gesù Cristo che tutti devono essere giudicati sino al giudizio finale”.
Se la fratellanza sarà unanime nel suo giudizio si sarà certi della presenza dello Spirito e l’interpretazione si considererà veritiera, infatti dove non c’è unanimità non vi può essere lo Spirito.
- Una conclusione
Se quelli esposti si possono considerare i “principi teologici”, due esempi degni di attenzione potranno farci cogliere quale sia un atteggiamento corretto e spiritualmente "anabattista" quando ci accingiamo a leggere e ad interpretare la Scrittura.
Il primo si riferisce a Francesco della Sega, una splendida figura di anabattista italiano, martirizzato nella laguna di Venezia.
Egli ha lasciato scritto: " Io non attendeva ad altro che a voler viver secondo Christo, né mi curava de suttilità, curiosità o misterii che non fanno bisogno né sono de utilità a una vita bona cristiana".
Sottolineando con queste poche parole l’invito ad evitare di ricercare nella Scrittura aspetti non apprezzabili o addirittura inutili per una concreta testimonianza cristiana.
Il secondo è descritto da Jacques Légeret nel suo pregevole libro “Amish” (Claudiana Ed.). L’autore narra che qualche giorno prima che John Fisher, un devoto ministro di culto Amish, morisse, sua moglie Barbara gli rivolse la seguente domanda:
- John quando non ci sarai più, come farò a comprendere la Bibbia ?
- Tutto è scritto nell’Epistola di Giacomo, le sussurrò John.
Bisogna riconoscere a questa risposta una concretezza tipicamente anabattista.
La Lettera di Giacomo, pur nella sua brevità, contiene tutte le indicazioni che permettono a un credente di vivere in conformità a quanto la sua Comunità si aspetta da lui. La fede testimoniata dalle opere, la moderazione nell’uso della parola, la resistenza a lasciarsi trascinare dalle passioni, la pazienza, il giuramento. E’ il contegno da osservarsi nel vivere quotidiano di fronte alle piccole o grandi prove, perché la fede deve essere vissuta nel quotidiano con i fatti e con l’esempio, piuttosto che con la parola e i discorsi: “Mettete in pratica la parola e non ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi ” (Gm. 1:22).
Io penso che, sulla base di questi esempi, l’atteggiamenti spirituale che ogni anabattista dovrebbe far proprio, quando si accinge alla lettura o allo studio della Scrittura, sia quello di: voler vivere la volontà di Dio.
Derossi Roberto
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